in Fotografia Digitale | Angolo del critico
Vorrei con questo primo intervento rispondere all’idea dei lettori di dedicare una serie di interventi ad importanti fotografi per spiegare perché sono considerati tali. Già, ma quali scegliere? Siccome si potrebbe ampliare fin troppo il discorso, farò in modo di preferire ogni volta un autore non solo per parlare di lui ma anche per evidenziarne una particolare caratteristica che gli appartiene. Cominciamo – l’omaggio è doveroso in un paese malato di esterofilia – con un italiano, Francesco Radino. Non è facile definirlo all’interno delle abituali categorie perché il fotografo milanese si è misurato con l’architettura e il paesaggio, il reportage sociale e la fotografia industriale, la moda e la ricerca, il lavoro su committenza pubblica e su quella privata. Professionista dal 1970, Radino è uno di quegli artigiani che in ogni cosa che fa porta le caratteristiche di uno stile sempre misurato, attento, rigoroso dove due sono le note dominanti: la creatività e l’ironia. Lo si poteva notare già nei primi lavori come “Italia di Lucania” pubblicato nel 1980 da “Il diaframma” dove coglie momenti, ritratti, scorci di una terra antica – quella dei suoi avi – con uno stile asciutto che ricorda la fotografia di stampo antropologico. Ne fa fede la fotografia che ritrae due uomini seduti a terra sotto un albero, eleganti nei loro abiti scuri che reggono fra le mani dei fiori bianchissimi che per questo a maggior ragione risaltano per un voluto contrasto. Quello che conta in questo caso non è tanto la ricerca del pittoresco quanto la capacità del fotografo di cogliere la realtà con immediatezza cercando sempre le inquadrature più equilibrate. Talvolta le fotografie di Francesco Radino sembrano suggerire una voluta ambiguità, la ricerca di un gioco di parole che comparirà addirittura come titolo di un suo libro fotografico “Modus videndi” che sostituisce il classico “modus vivendi” perché in fin dei conti per un fotografo la vita è fatta di visioni: in copertina compariva una ragazzina che, accucciata sul fondo di una barca bianca tirata in secco, osservava attraverso una fessura del fasciame qualcosa che solo lei poteva vedere. Ironia del caso, il fotografo riprende non una visione ma chi la sta cercando.
Figlio di due pittori, Francesco Radino sembra sempre alla ricerca di atmosfere insolite: non lo fa con strani artefici o effetti spettacolari ma, al contrario, usando una sua personale disciplina interiore che gli consente di osservare con attenzione la realtà alternando colore e bianconero, riprese ravvicinate e panorami di ampio respiro. Una volta si sofferma su un vecchio respingente metallico di un vagone e lo riprende sottolineando un segno curvilineo che sembra una bocca sorridente, un’altra realizza una fotografia che sembra perfino banale perché inquadra una strada con i segni delle linee dello spartitraffico e le frecce disegnate sull’asfalto che indicano le direzioni delle svolte a sinistra e a destra. Tutto regolare ma solo apparentemente, perché in realtà siamo a Verbania, l’acqua del Lago Maggiore è tracimata e le indicazioni che scorgiamo sono segni inutilizzabili la cui perentorietà è buffa e inutile. “Le invenzioni dello sguardo”, questo è il titolo di un’altra immagine molto nota di Radino dove il protagonista è un aereo sulla pista dell’aeroporto milanese di Linate. Qui l’idea forte è quella della ripresa inconsueta perché Radino non solo sceglie di drammatizzare la scena con lo sguardo dal basso in alto ma anche di inquadrare l’aereo mettendo in primo piano la coda che occupa tutta la zona superiore dell’immagine. Il corpo affusolato del velivolo riempie l’intera parte destra lasciando libero quella di sinistra, dove il lontano edificio dell’aeroporto - illuminato nella notte da luci che si riflettono sull’asfalto della pista lucida di pioggia - e il vicino carrello con le scale per la salita e la discesa dei passeggeri si sovrappongono in un gioco prospettico difficile da dominare. Questa sarebbe soltanto una buona fotografia se Radino non ci avesse aggiunto un particolare che la rende insieme spettacolare e originalissima: il cielo è improvvisamente attraversato da una saetta che conferisce all’insieme un che di cinematografico e noi ci aspettiamo di scorgere da un momento all’altro Hunphrey Bogart nella scena finale di “Casablanca”.
Roberto Mutti
Dicembre 2010