Visioni di un paesaggio, di Filippo Maggia

Filippo Maggia per il volume " Paesaggi Fluttuanti", Charta, Milano, 2000



Visioni di un paesaggio

(…) i sette autori che oggi hanno lavorato a Oropa hanno partecipato al luogo e al suo quotidiano svolgersi da mattino a sera, divenendo essi stessi, in forme ovviamente diverse, testimoni di un'avvenuta esperienza - diretta, nel caso di Radino - di cui le immagini fotografiche rimangono le prove essenziali. Il loro lavoro può così realmente venir definito come una vera missione fotografica, in cui il senso della vista è stato per ognuno di essi il tramite unico per vivere oltre che per rappresentare il luogo.
Francesco Radino si è calato con timore quasi reverenziale nell'atmosfera e nel clima che contraddistingue il Santuario di Oropa.
Come un pellegrino solitario alla ricerca di uno speciale rapporto con il sacro e il divino si è dapprima accostato alla natura, e dai pendii circostanti ha osservato esitante il Santuario. Progressivamente avvicinandosi, il suo sguardo è divenuto visione. Il suo corpo, la materia, si è come sdoppiata: dapprima semplice frutto dell'immaginazione, la proiezione di sé ha poi conquistato una sua autonomia fisica capace di muoversi e correre, di scivolare fra gli alberi e l'erba spenta dell'autunno, di apparire e scomparire come fosse un suggerimento, una paura, un desiderio.
Nel suo cammino, in quello che immaginiamo sia l'ultimo capitolo di un viaggio ben più lungo ed estenuante che da lontano, da un Paese lontano - da una cultura lontana - ha portato il pellegrino a scoprire Oropa, Radino mostra di aver appreso molte piccole cose, e di averne dimenticate molte altre che in apparenza sembravano assai più grandi e determinanti.
La mano, che sembra di carne ma non è carne, che pare fatta di nuvola, ma non è nuvola, aperta sul sentiero a indicare una direzione, certo ancora indefinita ma senz'altro sicura, appare come una manifestazione soprannaturale.
Così come sovrumani punti di riferimento sono i massi o i tronchi che il pellegrino incontra lungo la via - icone di una natura suprema -, passaggio obbligato per giungere alle cappelle immerse nella nebbia, ancora misterioso e inquietante preludio all'apparizione del Santuario, infine e non a caso splendente, pronto a esplodere e a irradiare tutto il paesaggio circostante e ogni forma animale o vegetale con il suo benefico e purificante fervore religioso.
L'incontro con la Madonna Nera dà poi luogo a un susseguirsi di pure visioni in cui disordinate tracce di passaggi umani del passato - gli ex voto lasciati dai pellegrini - si intersecano vorticosamente con volti e figure del presente - i pellegrini adesso in visita al Santuario -, e la memoria del tempo e di tutto ciò che in esso è contenuto - uomini, donne, azioni, pensieri, sentimenti e paure - si ricompone lentamente, come in un grande infinito mosaico di cui ora ci è permesso vedere alcuni piccoli frammenti. Lo sguardo del pellegrino osserva, registra, partecipa, e infine, lungo la scalinata, anch'esso scende, guardando, senz'altro, al cielo più che alla terra.(...)