Franceasco Radino per il volume "Francesco Radino, Fotografie 1982-1994", per gli Archivi della fotografia, collana diretta da Arturo Carlo Quintavalle, CSAC Università di Parma, Skyra, 1995
Note autobiografiche.
Trovo sempre difficile tracciare un percorso della mia vita, non so bene se per timore o riservatezza.
Mi sembra sempre d’aver fatto poco, troppo poco perché il mondo debba in qualche modo interessarsi alla mia storia, vissuta un po’ come capitava e comune a quella di tanti altri. Proverò comunque a farlo come so.
Sono nato a Bagno a Ripoli e più precisamente nella frazione di Vicchio di Rimaggio, sulle colline che circondano Firenze, il 1° agosto 1947. Mio padre e mia madre si erano conosciuti all’Accademia di Belle Arti di Firenze ed avevano finito per sposarsi. Nel ‘46 nacque mia sorella Bianca, l’anno successivo iniziò la mia storia. Nel ‘54 ci trasferimmo a Milano, dove ho trascorso gran parte della mia vita.
Da alcuni anni vivo a Besozzo, con mia moglie Cristina e mio figlio Gabriele, in una vecchia casa con giardino non distante dal Lago Maggiore.
Ho iniziato a fotografare con un certo impegno solo alla fine degli anni ‘60.
Era il periodo delle grandi lotte operaie e studentesche, della guerra del Viet Nam, del Maggio Francese, della Rivoluzione Culturale in Cina, del movimento per i diritti civili e contro la guerra negli Stati Uniti, dei piccoli e grandi movimenti politici che sorgevano un po’ dappertutto e che sembrava dovessero cambiare il vecchio mondo. E così anch’io,come molti altri, cercai di documentare quegli anni meravigliosi e terribili.
Quello che all’inizio era soltanto impegno etico e civile divenne quasi per caso anche la mia professione. Ero iscritto alla facoltà di Sociologia dell’ Università di Trento ma allo studio mi interessavo assai poco. Giunse inevitabilmente il momento in cui mio padre mi chiese di decidere se lavorare nell’azienda di famiglia o scegliere un’altra strada.
Scelsi la fotografia.
Successe nel 1970 ed io ero autodidatta, senza alcuna cultura specifica, i libri e riviste di fotografia erano pochi e costosi e così mi arrangiai come potevo. Inizialmente furono soprattutto lavori commerciali di still life e per l’industria. Il mio primo cliente “vero” fu l’Olivetti con cui collaborai alcuni anni facendomi le ossa, ma col desiderio sempre vivo di dedicarmi al reportage.
L’occasione nacque da un incontro con Giuliano Manzutto, direttore editoriale del Touring , che avendo visto delle mie fotografie realizzate in Cina nel ‘72 mi chiese di realizzare per loro un volume su Pechino. Il libro poi non si fece ma nacquero altre occasioni. Il mio primo lavoro monografico fu “Irlanda”, cui seguirono “Danimarca e Islanda”, “Milano”, “Puglia”, “Piemonte” e molti altri, per finire con Sardegna del 1990.
La mia prima mostra invece la tenni alla Galleria “Il Diaframma” nel 1973 ed erano appunto le immagini della Cina realizzate l’anno prima.
Lanfranco Colombo, direttore della galleria si entusiasmò subito del mio lavoro; sembrava un vulcano in eruzione continua e in un attimo organizzò tutto.
Alla sua generosità, al suo impegno disinteressato e continuo, insieme a molti altri, io devo molto e questo non posso dimenticarlo. Quest’esperienza poi fu un punto di partenza importante, prima verifica di un percorso in divenire.
Nel corso degli anni ho avuto come maestri, e poi come amici, numerosi fotografi che hanno tracciato la storia della fotografia italiana contemporanea.
Ugo Mulas, che fu il primo e poi Gianni Berengo Gardin dallo sguardo sornione e acuminato, Ferdinando Scianna maestosamente baritonale, Gabriele Basilico monumentale ed umano, Cesare Colombo semprevivo ed attento, Toni Nicolini delicatamente sensibile, Luigi Ghirri luminoso e profondo, Mimmo Jodice omerico e splendente, Guido Guidi schivo e silenzioso, Mario Cresci pensoso ed eclettico.
Da tutti loro, e da molti altri ancora, ho appreso qualcosa di importante riguardo alla fotografia ma anche alla vita.
Negli ultimi anni ho preso parte a numerosi progetti pubblici di documentazione del territorio come ad esempio quelli dei Beni Architettonici ed Ambientali della Provincia di Milano e dell’Azienda Energetica Municipale di Milano e ho alternato l’attività professionale con l’insegnamento, tenendo lezioni e realizzando workshops sia in Italia che all’estero.
Cristina Omenetto, compagna di vita e di lavoro mi ha aiutato con pazienza infinita a superare anche i momenti più bui, tanto che alla fine è stata contagiata essa stessa dalla comune passione, divenendo autrice di sicuro talento.
Come molti altri infine ho avuto la fortuna di incontrare Roberta Valtorta che come la fatina delle fiabe, ha magicamente trovato parole e pensieri per molti dei miei lavori.
I suoi occhi attenti e la sua sensibilità d’animo mi hanno spinto in molte occasioni a guardare anche oltre la siepe: senza di lei alle volte mi sarei sentito perduto.
28 ottobre 1995.
A Wim Wenders, nel corso del tempo.
Ma com’è che è stato?.
Dicono che dapprima tutto fosse gas, anche se nessuno può saperlo con certezza.
Era la notte dei tempi, anzi era prima del tempo.
Poi fu la luce, poi furono innumerevoli le luci, fu il pieno e il vuoto, fu un’enorme palla di fuoco e di fango, fu un muoversi impercettibile sulla riva di un mare, furono gli alberi con le loro ombre, furono le molteplici forme, fu la parola appena pronunciata sulle labbra.
Ma com’è che è stato?
Dapprima nel ventre di mia madre, inconsapevole passeggero, poi su una più grande nave, comune a tutti.
Ora, in questo preciso momento, me ne sto appollaiato davanti alla tastiera di un computer, ho delle storie di cui voglio parlarvi, brevi storie fatte di immagini, da appendere a un muro, da stampare in un libro, ma ho anche delle parole, che faticosamente prendono forma.
Ma com’è che è stato?
Una volta comminavo rasente a un muro, un albero proiettava la sua ombra e sulla parete c’erano piccoli pesci dipinti da una mano ignota.
Una volta era notte in una stazione, passavano i treni, le luci dei vagoni fendevano l’oscurità lasciando labili tracce.
Una volta sulla riva di un lago si muoveva incerto un omino vicino ad un imbarcadero e c’era una scritta che noi leggiamo “Verbania”, ma era al contrario.
Una volta in un aeroporto trovai una grande palla bianca- era un radar- e nel cielo tutt’intorno dei lampi.
Una volta era un albero che giaceva disteso ed era un corpo di donna.
E poi una volta, un’altra volta e un’altra volta ancora.
E questa, fra mille storie, è la mia storia.
22 ottobre 1995
Civiltà delle macchine
Quando vidi le prime turbine rimasi come folgorato; erano macchine enormi, nere, lucenti, nate dalla mente di qualche antico ingegnere.
Se ne stavano ordinatamente in fila, ronzando all’infinito come giganteschi calabroni operosi, governati da una volontà invisibile.
Mi capitò in seguito di imbattermi in altri prodigiosi macchinari: erano aerei, navi, treni e motori, costruiti dentro rumorosi edifici industriali, ingombri di utensili e popolati da robots infaticabili che scandivano i tempi di quello che noi chiamiamo “progresso”.
Con questi oggetti ho scambiato qualche sguardo amichevole; mi é sembrato alle volte che fossero stupiti che li osservassi per la loro sola bellezza, altre volte cercavano di assumere “le physique du rol”, senza per altro riuscirci, altre volte ancora ridacchiavano di nascosto, per essere stati scoperti.
28 ottobre 1995
Punti di vista
Una volta portavo a spasso il mio miserevole corpo, un apparecchio fotografico e una certa dose di bun umore.
Il fatto è che era mattino e la luce si posava delicatamente su quegli edifici cadenti, su quelle lamiere contorte, dorate dagli ossidi , immerse nei vapori.
Sicchè quando incontrai quell’uomo intento al suo lavoro non potei fare a meno di esclamare che quello era un luogo fantastico.
Senza sollevare lo sguardo mi rispose: ” dipende dai punti di vista”.
Tatanga Mani, nativo d’America della tribù degli Stoney
Sai che gli alberi parlano? Sì parlano.
Parlano gli uni con gli altri, e parlano a te,
se li sai ascoltare....
Io stesso ho imparato molto dagi alberi:
talvolta qualcosa sul tempo,
talvolta qualcosa sugli animali,
talvolta qualcosa sul Grande Spirito.
Quando si inaugura una mostra o si realizza un catalogo che parla del mio lavoro dovrei essere pieno d’orgoglio e di soddisfazione. Così imporrebbe la ragionevolezza o per lo meno la doverosa riconoscenza verso coloro che si interessano, con benevola attenzione, al mio sguardo. Al contrario succede che avrei voglia di fuggire, di essere altrove e rimandare il più possibile l’evento.
Forse perché, come tutti, sono condannato a vivere nell’incertezza tanto che anche i miei racconti odorano di questo clima imperfetto, inafferrabile, sofferente e dubbioso.
Io non so nulla ed é per questo che racconto. Per tenermi un po’ compagnia, per avere ricordo del mondo, per dividere con voi, che state osservando, un breve tratto di strada.
Il racconto, sia esso fatto di parole o di immagini, rappresenta una sorta di esorcismo che non intende svelare come vadano le cose ma soltanto aiutarci a sopportarle.
Per compiere quest’esercizio spirituale che mi consente di vivere un po’ meglio uso una tecnica che si adatta straordinariamente allo scopo.
Questa tecnica conosciuta da tutti, ma di cui non tutti conoscono i segreti, si chiama fotografia.
Essa rassomiglia alla parola “presente” e nello stesso tempo alla parola “passato”, talvolta alle parole”stupore”, “malinconia”, “incertezza”, “illusione”, “ricordo”.
Ai tempi di Seneca questa pratica naturalmente risultava ancora sconosciuta ma i problemi erano già allora, sempre gli stessi. Tanto ch voglio ricordare alcuni suoi pensieri che mi sembrano avere una straordinaria attinenza con quelli che si agitano intorno all natura stessa della fotografia: “solo il passato é certo. Su quest’ultimo la sorte ha perduto ogni potere: il passato non può più dipendere dal capriccio di alcuno. ...è la parte sacra ed inviolabile del nostro tempo: sta al di sopra di tutti gli eventi umani. ...non può essere sconvolta né esserci strappata: la si possiede così com’è per sempre, senza brividi. ... basta un cenno ed il passato ci starà davanti e lo potremo valutare e trattenere....
Il presente è brevissimo, tanto da poter sembrare inesistente; infatti è sempre in movimento, scorre, precipita, cessa di essere prima ancora di arrivare...”.
11 ottobre 1995