Le mutazioni di Radino, di Roberta Valtorta

Roberta Valtorta per il volume "Mutazioni", Art&, Udine, 1994


Le mutazioni di Radino

Radino riafferma un’idea di fotografia come versatile modo di definire momenti di realtà, solo momenti. Non vi è certezza nella sua fotografia, ma caducità, nessuna assolutezza ma, invece, sempre relatività. La fotografia è, per questo mobile, poco catalogabile autore, lampo veloce che illumina oggetti e luoghi e ne consente, improvvisa, la visione - per poi allontanarsi ed evidenziarne altri, altrove.
La realtà è comunque indescrivibile - ci dice Radino -, e l’esistenza un accadimento che possiamo solo tentare di decifrare attraverso quei frammenti, fra i molti che la determinano, ai quali troviamo accesso. Ecco dunque che Radino passa da un luogo a un altro osservando i travasi formali che avvengono fra cose diverse, le mutazioni appunto, le analogie e i rimandi che dicono, in fondo, che il mondo è uno solo, tutto si collega a tutto, e la vita è un transitare di esperienza in esperienza.
Pesci, oggetti industriali, alberi o fiori, ombre, sparse figure umane, spiagge, resti archeologici, acque, montagne, architetture, paesaggi urbani, uccelli, mani, prati, pietre e strade - non sono che oggetti di una visione che, semplicemente, è in azione.

Nell'insieme dell'opera di Radino avviene, è chiaro, il superamento dei generi che a lungo hanno definito la specificità del fotografo in relazione al suo campo privilegiato d'azione: reporter, paesaggista, ritrattista, fotografo di still-life. Si tratta di una "sistemazione" che la fotografia ha ereditato dalla storia della pittura ma che ragioni di mercato e obblighi professionali hanno poi rafforzato, rendendola carratteristica. Così, nel nostro secolo, mentre la pittura rompeva ogni schema e respingeva i generi e infine la tela stessa, la fotografia - a dispetto della agilità e della velocità della sua pratica, così adatta ad occuparsi liberamente e anche informalmente di ogni piu piccola parte del mondo, di ogni cosa e di ogni pezzo di ogni cosa - ne restava in un certo senso imprigionata. In questo modo, la fotografia, quasi doverosamente, si metteva sulle spalle la tradizione della pittura e ad essa si inchinava, trovando nella narrazione per generi il suo limite e al tempo stesso, talvolta, la sua forza.
Radino dunque, mutando, non lega più il suo lavoro a nessun genere esattamente: forse egli è, lontanamente, un paesaggista, forse, più propriamente, un fotografo di oggetti, di singoli oggetti, se oggetti sono tutte le cose e gli esseri che abitano il mondo: anche un palo, una grata sul selciato e un mucchietto di spaghetti al pomodoro avanzati e versati a terra per il pasto di un gatto o di un cane, e, accanto, un po' di vegetazione; anche le ombre dell’albero sulla materia del muro; anche una mano, il palmo rivolto in su, e le pieghe della sua pelle. Oggetti che divengono punti di partenza per piccole narrazioni, malinconiche o stupite, brevi, interrogative. Sì, la natura e gli uomini hanno inventato davvero molti oggetti, e sempre ne inventano. Non è possibile capirli tutti - ci dice Radino - difficilissimo metterli in collegamento fra loro. Il realismo ha già avuto esistenza, e il surrealismo anche. Forse solo fra le differenti forme di questi innumerevoli oggetti possono instaurarsi dialoghi, relazioni estetiche, dunque proprio da questo può nascere l’esperienza, forse, ma non è per nulla certo, la conoscenza. Forse solo questi legami formali - ci dice il fotografo - possono dare almeno un poco di senso al complesso insieme degli oggetti. Forse, come nobilmente studiava Henri Focillon, le forme possiedono una misteriosa autonomia, leggi proprie  che le guidano, radici profonde che le nutrono di significati.
Che cosa sono allora le fotografie per Francesco Radino? "Il mondo delle forme si libera - egli scrive -va al di là del senso immediato", a legare le immagini fra loro diverse c'e "un filo sottile, ma forte... che parla il linguaggio della "vicinanza", ed esse sono "indicatori della realtà ma ci permettono anche di intravvedere la possibilità di una via d'uscita da essa". Sogno dunque, raro momento di contatto profondo con ciò che, esterno, e altro da sè - possibilità di scontornare la realtà e di rimodellarla conferendole armonia, positività, forse bontà. Commozione allora, nel senso etimologico del termine, se vogliamo ascoltare ciò che Radino ci dice con la parola "vicinanza", e simpatia, nel senso originario del termine. Animistica, la concezione di Radino, a cavallo fra occidente e oriente, anche fotograficamente: prevede un mondo di figure, di forme, come egli scrive, alla pari, ugualmente responsabili nel determinare l’aspetto del reale, ugualmente meritevoli di essere investite di moti affettivi, guardate e trasportate dentro l’immagine fotografica, come grandi protagoniste: una casa vale quanto una foglia, una figura umana quanto una pietra o un animale. Non e casuale che nelle immagini di Radino si presentino così spesso figure antropomorfiche, appartengano esse alla natura o alla cultura.
Un formalismo, dunque, non di superficie, non di tipo edonistico, ma più profondo, un poco antico, si puo dire di segno ideologico, in un certo senso egualitaristico: non compiaciuto ma, se possibile, radicale, primitivo.




Radino’s Mutations

Radino reasserts the idea of photography as a versatile way of defining moments of reality, but only moments. There are no certainties in his photography, only impermanence. Nothing is absolute; everything is relative.
For this ever-shifting, hard-to-define artist, photography is a flash of light that illuminates objects and places, providing an unexpected vision of them, before moving ahead to seize on other objects in other places.
Reality is beyond description, Radino tells us, and existence is an event that we can only try to decipher from those fragments - out of all the ones that make up being - to which we have access. Radino therefore passes from one location to another, observing the shifts of form that take place between different things.
These are his "mutations", the analogies and references that tell us that the world is fundamentally one. Everything is connected to everything else and life is a series of passages from one experience to the next.
Fish, manufactured objects, trees or flowers, shadows, scattered human figures, beaches, archaeological remains, water, mountains, architecture, town-scapes, birds, hands, meadows, stones and streets -these are all objects in a vision that is, quite simply, being acted out.
Of course Radino's work taken as a whole goes beyond the genres that have long defined the specific nature of the photographer with respect to his or her principal field of action: journalist, landscape artist, portraitist or still-life photographer. It is a system of classification that photography has inherited from the history of art but one which market pressures and professional responsibilities have reinforced and rendered distinctive. Thus "while, over the course of the twentieth century painting was breaking moulds, rejecting genres and finally getting rid of canvas itself, photography remained in a certain sense imprisoned, in spite of the speed of execution and agility that make it so suitable for free and informal application to the smallest elements of the physical world, to any single object or part of an object. Photography had a duty, as it were, to shoulder the tradition of painting. It paid homage to painting and found its limitations and at the same time some of its strengths in painting's classification in terms of genres.
With his mutations, Radino has ceased to associate his work with any one genre in particular. He is, perhaps, a distant relation of landscape photographers. He is, perhaps more correctly, a photographer of objects, a portray er of individual objects, if all the things and people that populate this world can be considered objects: for example as a pole, a grid in the pavement and a heap of left-over spaghetti with tomato sauce left on the ground for a cat or a dog next to some weeds; the shadows of a tree on a wall; or a hand, palm-up, and its wrinkled skin.
All these are objects that become the starting-point for modest narratives, perhaps sad or astonished, perhaps brief and quizzical. Nature and humanity have produced a truly huge number of objects and keep creating more. It is not possible - Radino is saying - to understand them all and extremely difficult to relate them to each other.
Realism has had its day, as has surrealism. Perhaps it is only between the different forms of these numberless objects that there can be any dialogue or aesthetic relationship. This itself may be the source of experience and     - although it is not at all certain - awareness.
These formal relationships - the photographer is suggesting - might be able to give some meaning to the vast complex set of objects. It is possible that shapes, as Henri Focillon nobly proposed, enjoy their own mysterious independence, obey theirown laws and have hidden roots that feed them with meaning.
What then are photographs for Francesco Radino? "The world of forms is free", he writes, "and goes beyond its immediate meaning". There is a "fine, but strong, thread" linking different images that speaks the language of "nearness". Images are "indicators of reality but they also enable us to glimpse the possibility of a way out of that reality".
They are a dream and a rare moment of profound contact with what is external and other than the self. They are a chance to delineate reality and reshape it, endowing it with harmony, positivity and perhaps even goodness. Emotion, in the literal sense, if we listen Radino's message in the word "nearness", and sympathy, in the original sense of "experiencing together".
Radino's animistic world-view straddles West and East and this spills over into his photography. He sees a universe of figures and shapes all, as he writes, of equal status.
All of them are responsible in equal measure for determining the appearance of reality. They are all equally worthy of being assigned an emotional value, contemplated and transferred into a photographic image as protagonists. A house has the same value as a leaf. A human figure is on a par with a stone or an animal.
It is no coincidence that Radino's images often feature anthropomorphic configurations, whether these are natural or artificial.
His is not a superficial formalism of a self-indulgent kind. It goes deeper and is a little old-fashioned. It has an ideological aspect that is in a sense egalitarian. It is in no way self-satisfied. It is radical and primitive.



Les mutations de Radino


Radino réaffirme une idée de la photographie en tant que moyen universel de définir des moments de réalité, et seulement des moments. Il n'y a aucune certitude dans sa photographie, mais le senti
ment de la caducité, aucun esprit absolutiste mais, au contraire, un relativisme constant. C'est pour cette raison que la photographie est, pour ce photographe difficilement catalogable, éclair rapide qui illumine objets et lieux et en permet la vision soudaine -pour ensuite s'éloigner et en souligner d'autres, ailleurs.
La réalité est, de toute façon, indescriptible - nous dit Radino - et l'existence un événement que nous pouvons seulement tenter de déchiffrer, parmi tous les fragments qui contribuent à la définir, à travers ceux auxquels nous réussissons à accéder. C'est ainsi que Radino passe d'un lieu à un autre, observant les transferts formels qui se produisent entre des choses différentes, les mutations justement, les analogies et les renvois qui montrent qu'au fond, le monde est unique, que tout est en relation avec tout, et que la vie consiste à transiter d'une expérience à l'autre. Poissons, objets industriels, arbres ou rieurs, ombres, figures humaines éparpillées, plages, restes archéologiques, eaux, montagnes, architectures, paysages urbains, oiseaux, mains, prés, pierres et routes - ne sont que les objets d'une vision qui, tout simplement, se trouve en mouvement.
Dans l'ensemble de l'oeuvre de Radino se produit, c'est évident, le dépassement des genres qui ont longtemps défini la spécificité du photographe par rapport à son champ d'action privilégié: reporter, paysagiste, portraitiste, photographe de still-life. Il s'agit d'un "classement" que la photographie a hérité de l’histoire de la peinture, mais que des raisons de marché et les obligations professionnelles ont ensuite renforcé, en faisant une caractéristique.C'est ainsi que, au siècle actuel, tandis que la peinture rompait tous schémas, refusant les genres et, en fin de compte, la toile elle-même, la photographie - malgré la vivacité et la rapidité de sa pratique, si propre à se consacrer, informelle et sans contraintes à la plus infime partie du monde, à chaque chose et à chaque morceau de chaque chose -en restait, d'une certaine façon, prisonnière. Et ainsi, la photographie, presque par devoir, héritait de tout le fardeau de la tradition de la peinture et s'inclinait devant celle-ci, trouvant dans la narration par genre ses limites et en même temps, parfois, sa force.
Radino, donc, de par sa mutation, ne lie plus son travail à aucun genre précis: peut-être est-il, vaguement, un paysagiste, peut-être, plus justement, un photographe d'objets, d'objets isolés, si l'on peut appeler objets toutes les choses et les êtres qui peuplent le monde; c'est aussi une main, une grille sur le pavé et un tas de spaghettis à la tomate abandonnés et jetés sur le sol pour le repas d'un chat ou d'un chien et, à côté, un peu de végétation; et aussi les ombres de l'arbre sur la matière du mur; et encore une main, la paume tournée vers l'extérieur, et les plis de sa peau. Des objets qui deviennent les points de départ de petits récits, mélancoliques ou perplexes, brefs, interrogatifs. Oui, la nature et les hommes ont réellement inventé de nombreux objets, et ils continuent à le faire. Il est impossible de tous les comprendre - nous dit Radino - et extrêmement difficile d'établir un rapport entre eux.
Le réalisme a vécu, et le surréalisme aussi. Peut-être est-ce uniquement entre les différentes formes de ces innombrables objets que peuvent s'instaurer des dialogues ou des relations esthétiques, et que c'est donc de là que peut naître l'expérience et, qui sait, mais c'est loin d'être certain, la connaissance. Peut-être que seuls ces liens formels - nous dit le photographe- sont en mesure de donner au moins un peu de sens à l'ensemble complexe des objets. Peut-être, comme l'étudiait Henri Focillon, les formes possèdent-elles une mystérieuse autonomie, des lois propres qui les guident, des racines profondes qui les nourrissent de signification.
Qu'est donc alors la photographie pour Francesco Radino? "Le monde des formes se libère -écrit-il- va au-delà du sens immédiat", à lier les images entre elles il y a "un fil ténu mais solide... qui parle le langage de la "proximité", et celles-ci "expriment la réalité mais nous permettent également d'entrevoir la possibilité d'une issue à cette dernière". Un rêve donc, rare moment de contact profond avec ce qui, extérieur, est l'autre en soi - possibilité de contourner la réalité et de la remodeler en lui conférant harmonie, positivité, peut-être même bonté. Emotion alors, dans le sens étymologique du terme, si nous voulons être à l'écoute de ce que Radino exprime par le mot "proximité", et sympathie, au sens premier du terme.
Une conception animiste, celle de Radino, à mi-chemin entre l'Occident et l'Orient, également du point de vue photographique: elle pressent un monde de figures, de formes, comme il l'écrit, toutes également responsables de déterminer l'aspect du réel, toutes également dignes d'être investies de mouvements affectifs, d'être conservées et transportées dans une image photographique, comme des protagonistes d'importance: une maison vaut autant qu'une feuille, une figure humaine autant qu'une pierre ou un animal. Ce n'est pas un hasard si les images de Radino représentent aussi souvent des figures anthropomorphiques, que celles-ci appartiennent à la nature ou à la culture.
Il s'agit donc d'un formalisme, non pas de surface, ni de type hédoniste, mais plus profond, un peu ancien, que l'on pourrait définir de type idéologique, en un certain sens égalitaire: sans complaisance mais, autant que possible, radical, primitif.